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domenica 21 maggio 2017

La Domenica non è fatta per uscire di casa


Continuo a rimanere dell’idea che la Domenica non sia fatta per uscire di casa.Bisogna lasciarla scorrere con tutta la pigrizia,la mollezza del corpo e la tristezza della mente. Chiede solo di essere libera di far trasparire sogni e nolstagia di posti mai visti,di conoscenze mai evolutesi in amicizie, di tramonti mai condivisi con l’unica persona che ci farebbe dimenticare la cena.Perchè le giornate vuote sono scandite da questo:nutrimento e malinconia a base di poesie che vorremmo dedicare,che vorremmo vivere.

La domenica non è fatta per uscire,perché dobbiamo concedere a noi stessi il tempo per riflettere su ciò che vogliamo davvero.E ciò a cui veramente ambiamo non tocca la riva della nostra consapevolezza, se non in un momento di quiete e di riflessione.Di solito si rifugia nel profondo dell’oceano della nostra anima.Di domenica dialoga con noi,seduti insieme sul bagnasciuga: capiamo così di avere ancora tanto da raggiungere e che,forse,il resto della settimana è solo una salvifica illusione creata per non farci affondare con i nostri desideri.

lunedì 13 febbraio 2017

Ognuno deve delineare il proprio cammino personale -"Davanti alla legge",Il processo,Franz Kafka

Dal capitolo IX,"Il processo"

"Davanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire.
L’uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi,» dice il guardiano, «ma adesso no». Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po’, l’uomo si china per dare, dalla porta, un’occhiata nell’interno.
Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: «Se ti attira tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo l’ultimo dei guardiani. All’ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me.»
L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera all’uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso.
Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Giorni e anni rimane seduto lì. Diverse volte tenta di esser lasciato entrare, e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano sovente lo sottopone a brevi interrogatori, gli chiede della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande fatte con distacco, alla maniera dei gran signori, e alla fine conclude sempre dicendogli che non può consentirgli l’ingresso.
L’uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il guardiano, e questi accetta bensì ogni cosa, però gli dice: «Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa.»
Durante tutti quegli anni l’uomo osserva il guardiano quasi incessantemente; dimentica che ve ne sono degli altri, quel primo gli appare l’unico ostacolo al suo accesso alla legge. Impreca alla propria sfortuna, nei primi anni senza riguardi e a voce alta, poi, man mano che invecchia, limitandosi a borbottare tra sè.
Rimbambisce, e poiché, studiando per tanti anni il guardiano, ha individuato anche una pulce nel collo della sua pelliccia, prega anche la pulce di intercedere presso il guardiano perché cambi idea.
Alla fine gli s’affievolisce il lume degli occhi, e non sa se è perché tutto gli si fa buio intorno, o se siano i suoi occhi a tradirlo. Ma ora, nella tenebra, avverte un bagliore che scaturisce inestinguibile dalla porta della legge.
Non gli rimane più molto da vivere. Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno, poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è modificata a svantaggio dell’uomo.
«Che cosa vuoi sapere ancora?» domanda il guardiano, «sei proprio insaziabile.» «Tutti si sforzano di arrivare alla legge,» dice l’uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?»
Il guardiano si accorge che l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo.» "


Ognuno di noi deve delineare il proprio cammino personale.Non c'è una porta unica,non c'è una via ugualmente valida attraverso cui tutti possono indistintamente trovare e compiere il loro percorso.
Il professore di letteratura tedesca oggi ha proposto questa parabola estrapolata da "Il processo" di Kafka.Ha sostituito la "legge" con la "letteratura" per illustrare come lui stesso,paragonandosi al guardiano della parabola,sia in realtà "solo" un'istituzione e pertanto il suo compito è quello di darci un canovaccio di regole da seguire per l'approccio alla materia.Tuttavia non può fornirci un copione dettagliato su come affrontarne lo studio,non può (e non deve) sostituirsi a noi studenti nella costruzione della nostra esperienza sui testi.Ho trovato originale il modo in cui il professore ci abbia fornito un concetto di carattere metodologico e mi è sembrato uno spunto interessante per riflettere ancora una volta sulla nostra responsabilità di sviluppare coscienza critica,coraggio e curiosità di allungare il nostro sguardo anche oltre le barriere abituali,non solo nell'ambito dello studio.
Questo naturalmente è solo uno dei punti di vista tramite il quale analizzare "Il processo".